Revocatoria fallimentare dei compensi percepiti

La Corte di Appello di Bari interviene sul tema della revocatoria fallimentare dei compensi percepiti ai sensi dell’art. 67 lett. f) L.F.

Corte di Appello di Bari, Prima Sezione Civile, n. 2054/2017 pubbl. il 05/12/2017

 

Premessa.

 

La Curatela del Fallimento della Società K in liquidazione, a mezzo del suo difensore, è appellata nel presente procedimento di secondo grado, nel quale viene impugnata la sentenza del Tribunale di Bari mara buquicchion. 2223/2015, poi integralmente confermata da questa Corte.

Tra le altre, una questione trattata riguarda le funzioni che il sindaco della Società è chiamato a prestare, da cui deriverebbe la sua consapevolezza dello stato di dissesto della società.

 

La decisione commentata.

 

Per la Corte di Appello di Bari, prima sezione civile, l’appello è infondato. Di seguito si sottolineano i motivi della decisione, oggetto di commento, più pregnanti.

In caso di domanda di revocatoria fallimentare dei compensi percepiti ai sensi dell’art. 67 lett. f), l’orientamento giurisprudenziale affronta il tema dell’estensione dell’esenzione, o meno, agli amministratori delle società fallite, con esiti non univoci.

Questa Corte rileva infatti che: «La latitudine dell’ipotesi eccettuativa non appare esattamente e facilmente determinabile, dovendosi esaminare la natura dei rapporti lavorativi dei professionisti impiegati dall’imprenditore. Un’interpretazione letterale e più restrittiva della norma comporterebbe il riconoscimento dell’esenzione soltanto a coloro che abbiano un rapporto di lavoro diretto con il fallito; pertanto non vi rientrerebbero gli amministratori, essendo figure dotate di poteri di gestione dell’ente, non classificabili quali collaboratori. La più recente giurisprudenza, ma di merito (Corte d’Appello di Milano del 9/7/2015 n. 2973/2015, in https://www.unijuris.it/node/3206), invece afferma il principio opposto. Detta pronuncia, richiamando la natura coordinata, continuativa e prevalentemente personale della prestazione d’opera intellettuale svolta dall’amministratore, specie ove questi sia chiamato a svolgere tale ruolo in virtù dell’iscrizione in apposito albo che ne attesti le sue competenze, ritiene che il compenso dovuto all’Amministrazione sia da considerarsi come emolumento spettantegli perché collaboratore non subordinato della società fallita, di conseguenza non revocabile ex art. 67 lett. f) L.F.».

Orbene, questa Corte afferma che: «Ai fini di un’attenta analisi della doglianza sollevata in questa sede, è importante porre l’accento sull’attività prestata e sulla natura dell’operato dei componenti del collegio sindacale. Esso è l’organo di controllo interno con funzioni di vigilanza sull’amministrazione e sull’intera attività sociale, che vigila sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e, in particolare, sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società, sul suo concreto funzionamento, nonché sulla tutela dell’integrità del patrimonio sociale».

Ne discende, pertanto, il corollario logico che «la natura dei rapporti lavorativi e dei compensi percepiti dal sindaco si configuri ad hoc, quale esclusivamente professionale e non assimilabile a quella dell’amministratore, né – tantomeno – a quella del lavoratore subordinato».

Quindi, a fronte delle funzioni testé richiamate che il sindaco è chiamato a prestare, non può che presumersi la consapevolezza dello stato di dissesto della società da parte dell’appellante, specie in considerazione della sua carica di presidente del collegio sindacale.

Da ultimo, una peculiarità della pronunzia è l’ordine di cancellazione ai sensi degli artt. 88 e 89 c.p.c. di espressioni sconvenienti usate nell’atto di appello: «…Cosa questa alquanto antipatica – frutto di un evidente “taglia e incolla” assolutamente superficiale e negligente (a pag. 2 dell’atto di appello); “Dall’altra, eviterebbe a chi esercita tale nobile funzione di scrivere – come nel caso in esame – delle autentiche fesserie” (a pag. 3 dell’appello)».

Giustappunto, le espressioni sconvenienti od offensive consistono in frasi, attinenti o meno all’oggetto della controversia, che valichino il limite della continenza e della convenienza processuale, violando i principi posti a tutela del rispetto e della dignità della persona umana e del decoro del procedimento.

Avv. Mariangela Buquicchio 

marabuquicchio@gmail.com

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